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giovedì 24 maggio 2012

Invada l'animo una certa sacra ambizione,
affinché, non soddisfatti delle cose mediocri, aneliamo alle più alte
e ci sforziamo di raggiungerle con tutte le forze.

Pico della Mirandola

venerdì 4 maggio 2012

Essere

Meno si è, e meno si esprime la propria vita;
più si ha, e più è alienata la propria vita.
Marx

domenica 22 aprile 2012

Solo et pensoso

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

5Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
10et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Petrarca

domenica 25 marzo 2012

Testimoniare

E' meglio tacere ed essere, che dire e non essere. E' bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il Maestro che ha detto e ha fatto e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la Parola può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace. Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino. Tutto facciamo considerando che abita in noi, per essere noi templi suoi ed egli il Dio in noi.

S. Ignazio, agli Efesini XV

lunedì 19 marzo 2012

Apoftegmi

L'abate Antonio predisse all'abate Amun: « Tu farai molti progressi nel timor di Dio ». Poi lo condusse fuori dalla cella e gli mostrò una pietra: « Mettiti a ingiuriare questa pietra », gli disse, « e colpiscila senza smettere ». Quando Amun ebbe terminato, sant'Antonio domandò se la pietra gli avesse risposto qualcosa. « No », disse Amun. « Ebbene! anche tu », aggiunse l'anziano, « devi raggiungere questa perfezione e pensare che non ti si fa nessuna offesa ».

Padri del deserto

Regula Benedicti

A saeculi actibus se facere alienum.
Nihil amori Christi praeponere.

S. Benedetto

giovedì 8 marzo 2012

Dalle omelie su Giosuè

... si tratta forse di cercare fuori di sè una strada da intraprendere o un campo di battaglia?
Forse le mie parole ti stupiranno, eppure sono vere: limita la tua ricerca a te stesso!
Tu devi lottare in te stesso, perchè il tuo nemico procede dal profondo del tuo cuore.
Non sono io a dirlo, ma Cristo: "dal cuore provengono i pensieri malvagi...".


Origene 

mercoledì 7 marzo 2012

La gaia scienza

Io abito nella mia casa,
non ho mai imitato nessuno
e, sempre ho deriso i maestri
che di se stessi non ridono.


Nietzsche

lunedì 5 marzo 2012

Massime plotiniane



Ognuno è maggiormente se stesso, non quando sia molteplice e grande, ma quando appartenga a se stesso; ed egli appartiene a se stesso quando si ripiega su se stesso, sulla sua interiorità.




Questa è la vita degli dei e degli uomini beati: distacco dalle restanti cose di quaggiù, vita che non si compiace più delle cose terrene, fuga di solo a Solo.




Iniziando la ricerca, noi obbediamo al precetto del dio che ci comanda di conoscere noi stessi.




Il saggio quando agisce raccoglie il frutto non delle azioni, né degli avvenimenti, ma di ciò che possiede intimamente.




La causa dell'ignoranza di Dio è la stima delle cose terrene e il disprezzo di se stessi.



Ogni essere tende all'Uno, cioè a se stesso.


Quando guardiamo al di fuori di Colui dal quale dipendiamo, ignoriamo di essere un'unità...ma chi potesse voltarsi o avesse la fortuna di essere tirato da Atena, vedrebbe come un dio se stesso e l'universo.



 
Trasformati in Lui solo, dopo aver abbandonato ogni altra cosa, che diremo se non che siamo diventati, più che mai, liberi e indipendenti? Chi potrebbe legarci ora alla fortuna, al caso, agli eventi, ora che ci siamo tramutati in quella Vita vera e siamo entrati in Colui che non ha null'altro, ma è soltanto se stesso?



L'anima che è una in se stessa è vicina all'Uno.



 
Quando il contemplante vede se stesso, dovrà vedersi così com'è, o meglio, sarà 
unito a se stesso così com'è ed avrà coscienza di ciò che è perchè è diventato semplice.


Plotino

domenica 25 dicembre 2011

A se stesso

Non agire mai contro la tua volontà, nè egoisticamente, nè senza un attento esame, nè trascinatovi da motivi opposti; non cercare di abbellire il tuo pensiero con affettazione. Non essere loquace nè troppo indaffarato. Fa' che il dio che dimora in te sia la guida di un vero uomo, maturo e rispettabile, di un cittadino, di un Romano... fermo al suo posto, pronto a lasciare la vita come chi non aspetta che il segnale della ritirata, senza giuramento nè testimoni, sereno nell'intimo e tale da non aver bisogno nè d'aiuto esterno nè della tranquillità che possono procurare gli altri.
Si deve stare ritti, non essere sorretti!

Marco Aurelio

mercoledì 21 dicembre 2011

La bipartizione delle cose

"Delle cose, le une sono in nostro potere, le altre non sono in nostro potere. Sono in nostro potere l'opinione, l'impulso, il desiderio, l'avversione e, in una parola, tutte quelle cose che sono nostre proprie azioni; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, tutte quelle cose che non sono nostre proprie azioni: le cose in nostro potere sono per natura libere, incoercibili e prive di impedimenti, quelle che non sono in nostro potere sono deboli, schiave, coercibili ed estranee. Ricorda, dunque, che se riterrai libere quelle che sono per natura schiave, e tue proprie quelle estranee, sarai impedito, ti affliggerai, sarai turbato e ti lamenterai degli Dèi e degli uomini; mentre se riterrai tuo proprio solo quel che è tuo, ed estraneo, come è realmente, quel che è estraneo, nessuno ti costringerà mai, nessuno ti impedirà, non ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non farai niente controvoglia, non avrai alcun nemico, nessuno ti farà danno, e neppure, in effetti, potrai soffrire alcun danno."

Epitteto, Manuale I, 1-3



mercoledì 7 dicembre 2011

Homo dèi similis

Alla filosofia rivolgi tutta la tua attenzione, stalle accanto, onorala: si creerà un grande divario tra te e gli altri; sarai di molto superiore agli uomini e gli dèi non saranno di molto superiori a te. Chiedi quale differenza ci sarà tra te e loro? Vivranno più a lungo. Ma, per Ercole, è proprio di un valente artista racchiudere tutto in un piccolo spazio; per il saggio la vita si estende quanto l'eternità per Dio.
C'è qualcosa in cui il saggio è superiore a Dio: questo non teme nulla per virtù della sua natura, il saggio per virtù propria. Ecco una cosa grandiosa: avere la debolezza di un uomo e la tranquillità di un Dio.

Il saggio vede tutti i beni posseduti dagli altri con animo sereno come Giove, ma ammira maggiormente se stesso, perchè Giove non può farne uso, mentre il saggio non vuole.

Seneca, Lettere a Lucilio

giovedì 3 novembre 2011

Elogio di Eraclito

Ma del sentimento di solitudine che compenetrava l'eremita del tempio di Artemide (Eraclito) in Efeso si può avere un presentimento agghiacciante solo nella più selvaggia desolazione della montagna. Da lui non sgorga nessun sentimento strapotente di commozione compassionevole, nessun desiderio di aiutare e salvare: egli è come un astro privo di atmosfera. Il suo occhio fiammeggiante, rivolto all'interno, guarda solo apparentemente, spento e glaciale, verso l'esterno. Attorno a lui, proprio sul baluardo della sua superbia, irrompono le orde della follia e della perversità; con disgusto egli volge lo sguardo da tutto ciò. Ma anche gli uomini di animo sensibile si scostano da una tale maschera tragica; un siffatto essere può apparire più comprensibile in un santuario appartato, in mezzo alle immagini degli dèi, accanto ad una architettura fredda e grandiosa... A lui non importava nulla di tutto ciò che si poteva domandare agli uomini e che gli altri sapienti prima di lui si erano preoccupati di domandare. "Ho cercato e indagato me stesso" egli disse usando una parola con cui si designa la consultazione di un oracolo, quasi che in lui stesso e in nessun altro si fosse veramente realizzato e avverato il principio delfico "Conosci te stesso".

Nietzsche

mercoledì 19 ottobre 2011

L'ombra della Luce




1 [514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!, [c] rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose.

2 [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. – Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà cosí. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. [...]

 Platone, Repubblica 514 a-517 a

giovedì 25 agosto 2011

Chi conosce se stesso, conosce il suo Signore

Al-Mu'îd

Colui al quale tutto ritorna


"Quando l'uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, ossia nel centro del proprio essere, allora conosce il suo Signore. E conoscendo il suo Signore, conosce al tempo stesso tutte le cose, che vengono da Lui e a Lui ritornano. Conosce tutte le cose nella suprema unità del Principio divino, fuori dal quale, secondo Mohyddin ibn 'Arabi, non c'è assolutamente niente che esista, perchè niente può essere fuori dell'Infinito".

René Guénon